Domande frequenti

La traduzione simultanea prevede che l’interprete traduca nella lingua di arrivo ciò che l’oratore sta dicendo in simultanea, appunto, quindi allo stesso momento. È la soluzione da preferire in situazioni quali convegni, conferenze, lezioni e tutti quegli eventi in cui molte persone devono usufruire della traduzione. Richiede un impianto audio particolare e l’uso delle cuffiette per ascoltare la traduzione. La traduzione consecutiva prevede che l’oratore interrompa il suo discorso ogni 2-3 minuti per lasciare che l’interprete traduca. L’interprete memorizza e prende appunti per restituire una traduzione completa e corretta

Perché l’interpretazione simultanea richiede uno sforzo mentale e fisico non indifferente. Nello stesso istante l’interprete deve ascoltare con attenzione una porzione di testo originale (per esempio un discorso), comprenderne il messaggio, elaborare una traduzione che trasmetta lo stesso contenuto nella lingua d’arrivo e pronunciarla, mentre già ascolta e comprende la porzione successiva di originale. Per assicurare aderenza al testo originale, correttezza e fruibilità, l’interprete dovrebbe alternarsi con il collega (o i colleghi in caso di giornate particolarmente lunghe o impegnative), in turni di circa 20-30 minuti.

In teoria si riposa, ma in pratica continua ad ascoltare attentamente l’originale e ascolta la traduzione del collega, in maniera da supportarlo in caso di bisogno (errori o sviste, ma anche problemi tecnici di audio, ecc.)

Perché l’interprete si prepara, studia per un lavoro di un’ora come per uno di sette ore e il tempo di preparazione va remunerato perché è parte integrante del lavoro.

Gli interpreti hanno bisogno di conoscere il più possibile la situazione in cui andranno a lavorare e gli argomenti che verranno trattati. Devono familiarizzarsi con il linguaggio utilizzato nel settore, i concetti chiave dell’argomento, i nomi dei personaggi o dei luoghi più importanti, i termini tecnici o specifici. Il materiale che il committente manda all’interprete serve a fare proprio questo. Quante più informazioni l’interprete può raccogliere prima del lavoro, tanto migliore sarà la sua preparazione e quindi il risultato del suo lavoro.

No, non esiste. Per questo nel corso del tempo sono nate diverse associazioni di interpreti e traduttori (AIIC, Assointerpreti, AITI tra le principali per le lingue vocali; ANIOS e ANIMU per la Lingua dei Segni italiana). Tuttavia, la legge 4/2013 ha istituito una lista di associazioni che rappresentano le professioni senza albo dotate di meccanismi di garanzia della qualità dei servizi erogati, con l’obiettivo di tutelare sia i professionisti sia, soprattutto, gli utenti che usufruiscono di tali servizi. Assointerpreti figura in questa lista.

Certamente sì. Ogni interprete è tenuto a mantenere riservate tutte le informazioni di cui viene a conoscenza durante l’esercizio della professione. Come già spiegato, non esiste un albo professionale, ma tutte le associazioni di interpreti (e traduttori) hanno un proprio codice deontologico in cui è espresso questo obbligo da parte del professionista a tutelare la privacy del cliente.

Perché il preventivo per una traduzione dipende dal tipo di testo, la sua lunghezza, l’argomento, il grado di tecnicità o complessità, la data di consegna, le lingue coinvolte. Tutti questi elementi rendono necessario un preventivo su misura, elaborato dal traduttore in tempi brevi dopo aver visionato il testo.

La cartella è un’antica unità di misura editoriale che comprende 1500 o 1800 battute (colpi sulla tastiera), spazi inclusi. Nell’era delle macchine per scrivere, la cartella era l’unico modo per misurare i testi. Con l’avvento dei programmi di scrittura su computer, che sono in grado di calcolare agevolmente anche il numero di parole, i metodi di calcolo sono cambiati e alcuni traduttori usano anche la parola, del testo originale o della traduzione, come unità di misura.

No, esistono tante lingue dei segni quante sono le nazioni del mondo, e anche di più. Le lingue dei segni, come le lingue parlate, nascono là dove ci sono gruppi di persone che hanno necessità di comunicare tra loro. Ciascun gruppo crea una lingua con le sue caratteristiche. In Italia, per esempio, esistono diverse varianti regionali della lingua dei segni italiana, nate nelle varie città o, meglio, all’interno dei principali istituti per sordi della penisola .

Sì! Nonostante tutti i pregiudizi che ancora oggi in Italia circolano in proposito, gli studi linguistici sia negli Stati Uniti sia in Europa e in Italia hanno dimostrato che le lingue dei segni sono lingue a tutti gli effetti, con strutture grammaticali, sintattiche e semantiche proprie. Esse utilizzano un canale comunicativo (visivo-gestuale) diverso da quello (acustico-vocale) delle lingue parlate, ma non per questo devono essere considerate inferiori.

Non ancora. Nonostante la Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità del dicembre 2006, ratificata dall’Italia nel 2009, e la risoluzione del Parlamento europeo del 1988 (riveduta nel 1998), lo Stato italiano non ha ancora promulgato una legge che riconosca la lingua dei segni. Lo hanno fatto invece le seguenti regioni : Valle d’Aosta (2006), Calabria (2007), Sicilia (2011), Campania e Piemonte (2012).

Per approfondire:

http://ec.europa.eu/languages/languages-of-europe/sign-languages_it.htm

http://www.lissubito.com

http://www.ens.it


© Ilaria Iannazzo 2016